pietreincise

Il fare è un'operazione complessa che prevede non solo lo sviluppo della propria opera artistica ma soprattutto la relazione con il mondo esterno, con quegli " altri " che sono spesso fonte di ispirazione o ripensamento. Questo blog oltre ad essere vetrina delle mie idee ed opere, vuole essere momento di scambio e confronto con tutti coloro che delle pietre e della loro energia sono amanti appassionati o semplici osservatori.

Nome: G.L

20.9.06

Le Pietre dell'Anima

La Storia
Quell’uomo e quella donna camminano lungo una spiaggia oppure passeggiano, con lentezza, in un sentiero di montagna. A volte il loro sguardo sfugge all’orizzonte e si piega verso terra, attratto da un sasso, da un riflesso sulla pietra, da una strana forma. Il gesto è istintivo: si chinano entrambi, raccolgono quel ciottolo, lo soppesano nella mano. a volte lo lanciano in aria, altre lo lasciano cadere. Capita anche che quella pietra scivoli in tasca e diventi parte di una collezione. Esistono molti collezionisti di pietre. Altre volte non vi è nessuna ragione apparente per questo gesto: è davvero un atto naturale, da istinto profondo. L’uomo e la donna forse non lo sanno ma, in realtà, raccogliendo quel piccolo sasso, ascoltandone il contatto sulla pelle delle dita, stanno cercando qualcosa che hanno dimenticato o perduto. La pietra li sta aiutando a colmare un piccolo vuoto dentro loro stessi: è come se fosse il frammento vitale e immobile di antiche radici. Le pietre sono un mistero. Lo sapevano bene i Greci più antichi: per loro, gli uomini, dopo il diluvio, nacquero dai sassi seminati nelle terre prosciugate da Deucalione. Le pietre dell’antichità sono conoscenze, saggezze, solidità che non potevano essere scalfite.
Per molti popoli, dalla preistoria fino al Giappone della ipertecnologia, le pietre sono un anello di comunicazione e di contatto fra lo spirito e la materia. Le volte rocciose delle caverne non sono solo il riparo di pastori spaventati dalla notte o dalla forza della natura: sono la volta celeste che l’uomo vuole osservare. E quest’uomo comincerà a impadronirsi del suo destino quando diventa capace di sfidare la durezza delle pietre. Menhir, Dolmen, Stele perdono la loro natura materiale e si trasformano nei simboli delle religioni, delle credenze, dei culti. La pietra diventa energia, oggetto sacro.
Le pietre, erette in ogni angolo della terra, non sono semplici blocchi senza anima, sono frammenti vitali. Attraverso esse lo scultore ha saputo raggiungere lo spirito di quella materia. E’ come se vi fosse un gioco di pensieri che riescono a passare dall’uomo alla pietra. E viceversa. I monumenti dell’antichità sfidano le leggi della fisica: è come se fossero meteore cadute dal cielo e spronfondate nella terra. Ecco, le pietre sono un ponte solidissimo fra la materia e lo spirito.
Nell’Esodo e nel Deuteronomio è scritto: ‘levando il tuo scalpello sulla pietra la renderai profana’. La scultura come forma dissacratoria di una purezza divina? L’uomo, modellato a ‘immagine e somiglianza di Dio’, ha usato la pietra per avvicinarsi al mistero divino. Lavorando una materia così resistente, lo scultore cerca di scoprire il senso e l’essenza della vita.
E’ possibile azzardare che l’uomo ‘assomigli’ alla pietra? O meglio le pietre sono un simbolo prezioso del lato più inaccessibile della natura umana? Sì, è come se l’uomo conservasse intatte nei suoi centri interiori le emozioni, i sentimenti, le fantasie. Accostare uomo e pietre è atto di coraggio, ma è la miglior rappresentazione dell’esperienza umana più intima e perfetta.
Con le pietre è possibile esprimere ciò che a volte, con le parole o con i gesti, non è possibile fare, lasciare un sasso sulla tomba d’un proprio caro o donarlo come un piccolo talismano, è parte d’un rito prezioso e diffuso. La pietra riesce a ‘dire’ parole che non si è capaci di pronunciare. La pietra rivela tutto ciò che è inesprimibile.
Le pietre sono i monumenti, le cattedrali, i palazzi, i templi. L’uomo ha innalzato pietre, le ha tagliate, scolpite, erette per trasformarle in capolavori dell’arte e dell’architettura.
Ma, alla base di questi miracoli, vi è un piccolo gesto: l’uomo che incide, come se fosse un racconto personale, una superficie solida. Su gusci di tartaruga o su ossa sbiancate artisti sconosciuti hanno scritto le loro storie più sacre e nascoste. Incidere una pietra è una sfida ai confini dello spirito e della materia, è una delle prime, più elementari, e allo stesso tempo più complesse, forme di espressione artistica e comunicativa.

Le pietre

E’ cominciato davvero su una spiaggia. Come molti, raccoglievo i ciottoli lavorati dalle onde e dalla sabbia. Erano pietre levigate, piccole, colorate, ognuna diversa dalle altre, raccolte forse per ritrovare quelle parti nascoste dentro di me, frammenti quasi primordiali, radici sotterranee che solo dopo un lungo lavoro di ricerca interiore, e non senza difficoltà, si riescono a portare alla luce.
Queste pietre, per anni, hanno riempito sacchetti. Erano disseminate in ogni angolo della mia casa, erano confuse, quasi ammonticchiate le une sulle altre. Come se non avessero una forte identità personale. La mia ‘collezione’ non aveva uno scopo. Almeno non lo percepivo. Fino a quando una sera qualcosa, per caso o per incroci della mente, è accaduto. Stavo disegnando su una tela i miei strani simboli astratti, quando una pietra mi ha distratto. Ho capito che potevo lavorare con quelle pietre,che potevo provare ad avere un rapporto profondo con quei ciottoli che avevo sottratto al mare. Potevo, in altre parole che non so spiegare, portare la mia identità all’interno della forza delle pietre. Le meditazioni mi conducevano per mano a dei segni astratti: potevo chiudere gli occhi e lasciare che questa stessa mano disegnasse per poi finalmente incidere e scolpire.
Qualche mese più tardi, dopo numerosi tentativi, dopo ricerche accanite sulle tecniche, sono riuscito a incidere, con risultati per me soddisfacenti, il mio primo sasso di mare. Non era davvero possibile fermarsi: da allora ho inciso innumerevoli sassi e ciottoli. E’ stato un lavoro lillipuziano. Ho provato ad andare oltre, a cercare spazio e dimensioni, ho provato a cambiare superfici: ho cominciato a lavorare con grandi lastre di pietra. Ed è stata una magia improvvisa: ogni bassorilievo era un frammento di me stesso, ho provato a usare il colore ed è stato come se la pietra, riconoscente, abbracciasse, facendoli diventare suoi, i miei segni incomprensibili. Spirito e materia stavano davvero allacciandosi uno all’altro.
Sono certo che i disegni che incido sulla pietra provengano da quel “profondo” che si trova in ognuno di noi. Sono segni di un’antica memoria che ci accompagna da sempre. Le pietre possono aiutare a ritrovare questa memoria perduta.
Il lavoro d’incisione e di scultura è un graffio sulla superficie, ma è capace di portare alla luce linee profonde e sedimentazioni prima invisibili. La pietra stessa si fa artista: i miei disegni si affratellano con le rughe della materia, con le stratificazioni di una sconosciuta geologia. Nelle pietre si ritrovano solarità ed energie dimenticate, figlie smarrite di infinite mutazioni.
Materiali

Le pietre utilizzate provengono da varie parti del mondo, come ad esempio il “papiro” dall’Egitto, il “samarcanda” dalla Tunisia, il “marquina” dalla Spagna, “l’alberese” dal toscano Chianti, il “bianco” da Carrara, “l’ardesia” dalla Liguria, il “botticino” dalla Puglia. Anche se le lastre provengono da uno stesso blocco, non esiste mai una superficie uguale all’altra. Ogni scultura è unica, irripetibile: non vi sarà mai uno stesso disegno, uno stesso bassorilievo. Dimensione, peso, spessore, taglio, sono, in realtà, un momento di incontro fra lo scultore e il materiale: è come un incontro casuale e prima di ogni storia approfondita, ci sono mille variabili, mille tentativi, mille insuccessi o malintesi fra me e la mia opera. Ma, alla fine, la pietra prende una forma, una sua dimensione, una sua fisicità diversa.

Utilizzi

I bassorilievi su pietra, divengono storia quotidiana, abitudine, oggetti d’arte senza tempo. da osservare, da sfiorare con la punta delle dita. Bisogna far giocare la luce radente d’un tramonto o di una lampada con queste opere. Sono, soprattutto, elementi artistici da inserire in ambienti architettonici aperti, in spazi interni ed esterni. I bassorilievi devono essere ‘goduti’: toccati, guardati a lungo, da distanze diverse. Bisogna che siano ‘cosa propria’: per un istante è necessario che uomo e pietre, occhi e disegno diventino una sola anima. Il bassorilievo è un istante di sospensione.
Questi elementi artistici possono tramutarsi in oggetti d’arredo o parti preziose di strutture architettoniche, quando vengono utilizzati come basamenti di fontane, bordi di piscine, pannelli divisori fra un ambiente ed un altro, parti di un pavimento o di una parete, o per altre numerose applicazioni.

Biografia

Giuseppe Lorenzi è nato a Firenze nel 1954 . Dopo aver conseguito la maturità d’Arte Applicata presso l’Istituto d’Arte di Firenze, si diploma come Designer presso l’ISIA di Firenze. Da anni dipinge, incide con la tecnica dell’acquaforte e si dedica alla scultura e all’incisione su pietra, partecipando a mostre collettive e personali, in Italia e all’estero . Da oltre 25 anni si occupa di tecniche meditative e di rilassamento che sono alla base della sua produzione artistica.

Applicazioni

Piscina


Pareti divisorie

14.9.06

Gallery





















































28.6.06

La caverna, utero dell'umanità




Bellissima la possibilità di riportare alla vita e ristrutturare (così come ha fatto l'associazione CALCES a Calitri), una caverna, scoprirne i segreti toccarne le superfici, ma soprattutto riprenderne possesso in quanto utero primordiale.

Ciò rappresenta una grande possibilità di riavvicinamento alle proprie vere radici. In realtà credo che la caverna simboleggi soprattutto quell’utero terrestre dal quale ci siamo enormemente allontanati, la costruzione d’edifici sempre più grandi e soprattutto sempre più alti, non credo possa assolvere il ruolo protettivo al quali ogni uomo inconsciamente tende ad avvicinarsi, se le nostre radici devono idealmente affondare nella profondità della terra per trarne energia e nutrimento è altrettanto vero che la nostra parte più spirituale e creativa deve tendere a collegarsi a quel cielo che ci ispira e inspira. Viene però da chiedersi se l’eccessiva distanza fra il basso e l’alto non provochi uno scompenso nel quale l’uomo si trova sospeso incapace di unirsi ai due elementi primari e conseguentemente fra se e gli altri, aumentando quindi ulteriormente ogni distanza. Come si afferma nei vari trattati di medicina e filosofia cinese, l’uomo nasce fra l’incontro di terra e cielo senza i quali esso non può esistere. La caverna credo sia l’incontro condensato della terra (pavimento) e il cielo (soffitto) dei quali l’uomo prendeva possesso collocandosi al centro, quel centro che mi sembra sempre più mancante nelle relazioni odierne, siamo esse abitative od umane. Un’ultima cosa ancora, la caverna era momento d’unione e di racconto, i graffiti incisi sulle sue pareti rappresentavano un’arte naturale, semplice ma energeticamente ricca, potremmo dire che la caverna spesso diveniva inconsapevolmente una casa d’arte familiare e oggi che le nostre case si riempiono più di manifesti che d’opere d’arte sarebbe utile riappropriarsi di antiche abitudini, dando vita alle pareti e perché no incidendo su di esse simboli e mondi di un inconscio e di una storia personale.

Foto J.Jacobs

2.6.06

"rossoitaliano"


Itinerario particolare quello della mostra “rossoitaliano” proposta dal Museo Dinamico del Laterizio di Marsciano (PG) su idea e progetto dell’Arch. Alfonso Acocella. Il visitatore può "passeggiare con gli occhi" su pavimentazioni antiche e moderne, su cotto rosso, cremisi, giallo, dove a volte inserti di pietra impreziosiscono l’insieme.
Un ben costruito percorso nel quale numerose stampe digitali su tela rendono le immagini e lo scritto piacevolmente osservabili grazie anche ad un ottimo allestimento e ad una corretta illuminazione.
Un viaggio nella storia fino ai giorni nostri che mette in evidenza la particolarità di un materiale che ha contribuito nel tempo alla creazione di spazi architettonici di estrema bellezza, alle volte poco considerati se non da occhi attenti, poiché spesso altre strutture più attraenti e visibili ne hanno offuscato la particolarità.
Una visione nuova viene offerta al visitatore su di un materiale secolare, osservato spesso “en passant” ma che in quest’occasione assurge alla funzione di padrone di casa di un percorso che ognuno di noi nel tempo ha spesso calpestato con piacere.
“rossoitaliano” vale sicuramente una visita, che può aprirsi successivamente dal rosso intenso del laterizio al verde splendente delle colline umbre circostanti, che in questo periodo si presentano così rigogliose.

20.5.06

Sulle vie di Damasco


Per me che delle mie pietre incise riempio i cassetti, le cantine a volte sconfinando, per mancanza di spazio in ambienti altrui, quelli di amici che ospitano le mie sculture, il viaggio e non la vacanza che ho avuto il piacere di compiere in terra Siriana ha lasciato una forte e “pesante” sedimentazione. Gli edifici, gli spazi, le sculture e i cimiteri in terra siriana vivono di pietra, ma soprattutto d’emozioni in lei raccolte e protette da millenni.
Forse è anomalo pensare che delle semplici pietre possiedano una qualche storia interiore, un loro vissuto emozionale, ma se si lasciano andare le razionalità mentali tipiche della società industrializzata e ci si permette di ascoltare ed osservare in profondità, è possibile accorgersi che quelle antiche pietre calcaree e basaltiche, bianche e nere, che fanno mostra di se nei cortili delle case Damascene o d’altri edifici, parlano in silenzio proteggendo l’osservatore da quegli influssi esterni che spesso ci allontanano dal sentire interiore. Soffermarsi all’interno di un antico cortile o nel grande spazio aperto di una moschea lascia spesso meravigliati, le pietre della pavimentazione, calpestate per secoli da piedi scalzi di fedeli o semplici visitatori, sono divenute lucide pulite, accogliendo quel senso di purezza che per prima la pietra anche non lavorata esprime. Forse proprio il senso di purezza e quindi di divino, traspare dalle pietre, basta recarsi, dopo un viaggio breve (circa 2 ore da Damasco) ma non proprio confortevole, al monastero di Deir Mar Musa El-Habashi in pieno deserto, negli anni ristrutturato completamente da Padre Paolo, ed entrare nella piccola chiesa di pietra e d’affreschi risalenti all’anno 1000, per rendersi conto come quanto prima detto, divenga realmente tangibile.
Al di là dell'aspetto religioso, che non a tutti appartiene, si è colti comunque da un senso di rispetto, di magico rapimento vicino a quel pianto che alle volte proviene dalla meraviglia verso lo sconosciuto che si fa tangibile. L’edificio, la roccia, le pietre, gli antichi affreschi parlano al visitatore attento permettendogli di divenire esso stesso pietra angolare di una vastissima costruzione.
Così proseguendo il viaggio in vari luoghi, fra le splendide vestigia di Palmyra con i suoi 1300 metri di colonnato, dentro il grande suk coperto d’Aleppo, fra le enormi pietre del Krak de Chevalier, nell’anfiteatro di Bosra o fra le gole di pietra del villaggio di Maalula dove ancora si parla l’aramaico, antica lingua del Cristo, s’incontrano pietre e storie ed emozioni che trattengono il visitatore attaccandosi ad esso, per non dargli la possibilità di scordare che della pietra ognuno è una piccola infinitesimale parte.