Le Pietre dell'Anima
Per molti popoli, dalla preistoria fino al Giappone della ipertecnologia, le pietre sono un anello di comunicazione e di contatto fra lo spirito e la materia. Le volte rocciose delle caverne non sono solo il riparo di pastori spaventati dalla notte o dalla forza della natura: sono la volta celeste che l’uomo vuole osservare. E quest’uomo comincerà a impadronirsi del suo destino quando diventa capace di sfidare la durezza delle pietre. Menhir, Dolmen, Stele perdono la loro natura materiale e si trasformano nei simboli delle religioni, delle credenze, dei culti. La pietra diventa energia, oggetto sacro.
Le pietre, erette in ogni angolo della terra, non sono semplici blocchi senza anima, sono frammenti vitali. Attraverso esse lo scultore ha saputo raggiungere lo spirito di quella materia. E’ come se vi fosse un gioco di pensieri che riescono a passare dall’uomo alla pietra. E viceversa. I monumenti dell’antichità sfidano le leggi della fisica: è come se fossero meteore cadute dal cielo e spronfondate nella terra. Ecco, le pietre sono un ponte solidissimo fra la materia e lo spirito.
Nell’Esodo e nel Deuteronomio è scritto: ‘levando il tuo scalpello sulla pietra la renderai profana’. La scultura come forma dissacratoria di una purezza divina? L’uomo, modellato a ‘immagine e somiglianza di Dio’, ha usato la pietra per avvicinarsi al mistero divino. Lavorando una materia così resistente, lo scultore cerca di scoprire il senso e l’essenza della vita.
E’ possibile azzardare che l’uomo ‘assomigli’ alla pietra? O meglio le pietre sono un simbolo prezioso del lato più inaccessibile della natura umana? Sì, è come se l’uomo conservasse intatte nei suoi centri interiori le emozioni, i sentimenti, le fantasie. Accostare uomo e pietre è atto di coraggio, ma è la miglior rappresentazione dell’esperienza umana più intima e perfetta.Con le pietre è possibile esprimere ciò che a volte, con le parole o con i gesti, non è possibile fare, lasciare un sasso sulla tomba d’un proprio caro o donarlo come un piccolo talismano, è parte d’un rito prezioso e diffuso. La pietra riesce a ‘dire’ parole che non si è capaci di pronunciare. La pietra rivela tutto ciò che è inesprimibile.
Le pietre sono i monumenti, le cattedrali, i palazzi, i templi. L’uomo ha innalzato pietre, le ha tagliate, scolpite, erette per trasformarle in capolavori dell’arte e dell’architettura.
Ma, alla base di questi miracoli, vi è un piccolo gesto: l’uomo che incide, come se fosse un racconto personale, una superficie solida. Su gusci di tartaruga o su ossa sbiancate artisti sconosciuti hanno scritto le loro storie più sacre e nascoste. Incidere una pietra è una sfida ai confini dello spirito e della materia, è una delle prime, più elementari, e allo stesso tempo più complesse, forme di espressione artistica e comunicativa.
E’ cominciato davvero su una spiaggia. Come molti, raccoglievo i ciottoli lavorati dalle onde e dalla sabbia. Erano pietre levigate, piccole, colorate, ognuna diversa dalle altre, raccolte forse per ritrovare quelle parti nascoste dentro di me, frammenti quasi primordiali, radici sotterranee che solo dopo un lungo lavoro di ricerca interiore, e non senza difficoltà, si riescono a portare alla luce.
Queste pietre, per anni, hanno riempito sacchetti. Erano disseminate in ogni angolo della mia casa, erano confuse, quasi ammonticchiate le une sulle altre. Come se non avessero una forte identità personale. La mia ‘collezione’ non aveva uno scopo. Almeno non lo percepivo. Fino a quando una sera qualcosa, per caso o per incroci della mente, è accaduto. Stavo disegnando su una tela i miei strani simboli astratti, quando una pietra mi ha distratto. Ho capito che potevo lavorare con quelle pietre,che potevo provare ad avere un rapporto profondo con quei ciottoli che avevo sottratto al mare. Potevo, in altre parole che non so spiegare, portare la mia identità all’interno della forza delle pietre. Le meditazioni mi conducevano per mano a dei segni astratti: potevo chiudere gli occhi e lasciare che questa stessa mano disegnasse per poi finalmente incidere e scolpire.
Qualche mese più tardi, dopo numerosi tentativi, dopo ricerche accanite sulle tecniche, sono riuscito a incidere, con risultati per me soddisfacenti, il mio primo sasso di mare. Non era davvero possibile fermarsi: da allora ho inciso innumerevoli sassi e ciottoli. E’ stato un lavoro lillipuziano. Ho provato ad andare oltre, a cercare spazio e dimensioni, ho provato a cambiare superfici: ho cominciato a lavorare con grandi lastre di pietra. Ed è stata una magia improvvisa: ogni bassorilievo era un frammento di me stesso, ho provato a usare il colore ed è stato come se la pietra, riconoscente, abbracciasse, facendoli diventare suoi, i miei segni incomprensibili. Spirito e materia stavano davvero allacciandosi uno all’altro.
Sono certo che i disegni che incido sulla pietra provengano da quel “profondo” che si trova in ognuno di noi. Sono segni di un’antica memoria che ci accompagna da sempre. Le pietre possono aiutare a ritrovare questa memoria perduta.
Il lavoro d’incisione e di scultura è un graffio sulla superficie, ma è capace di portare alla luce linee profonde e sedimentazioni prima invisibili. La pietra stessa si fa artista: i miei disegni si affratellano con le rughe della materia, con le stratificazioni di una sconosciuta geologia. Nelle pietre si ritrovano solarità ed energie dimenticate, figlie smarrite di infinite mutazioni.
Le pietre utilizzate provengono da varie parti del mondo, come ad esempio il “papiro” dall’Egitto, il “samarcanda” dalla Tunisia, il “marquina” dalla Spagna, “l’alberese” dal toscano Chianti, il “bianco” da Carrara, “l’ardesia” dalla Liguria, il “botticino” dalla Puglia. Anche se le lastre provengono da uno stesso blocco, non esiste mai una superficie uguale all’altra. Ogni scultura è unica, irripetibile: non vi sarà mai uno stesso disegno, uno stesso bassorilievo. Dimensione, peso, spessore, taglio, sono, in realtà, un momento di incontro fra lo scultore e il materiale: è come un incontro casuale e prima di ogni storia approfondita, ci sono mille variabili, mille tentativi, mille insuccessi o malintesi fra me e la mia opera. Ma, alla fine, la pietra prende una forma, una sua dimensione, una sua fisicità diversa.
I bassorilievi su pietra, divengono storia quotidiana, abitudine, oggetti d’arte senza tempo. da osservare, da sfiorare con la punta delle dita. Bisogna far giocare la luce radente d’un tramonto o di una lampada con queste opere. Sono, soprattutto, elementi artistici da inserire in ambienti architettonici aperti, in spazi interni ed esterni. I bassorilievi devono essere ‘goduti’: toccati, guardati a lungo, da distanze diverse. Bisogna che siano ‘cosa propria’: per un istante è necessario che uomo e pietre, occhi e disegno diventino una sola anima. Il bassorilievo è un istante di sospensione.Questi elementi artistici possono tramutarsi in oggetti d’arredo o parti preziose di strutture architettoniche, quando vengono utilizzati come basamenti di fontane, bordi di piscine, pannelli divisori fra un ambiente ed un altro, parti di un pavimento o di una parete, o per altre numerose applicazioni.
Giuseppe Lorenzi è nato a Firenze nel 1954 . Dopo aver conseguito la maturità d’Arte Applicata presso l’Istituto d’Arte di Firenze, si diploma come Designer presso l’ISIA di Firenze. Da anni dipinge, incide con la tecnica dell’acquaforte e si dedica alla scultura e all’incisione su pietra, partecipando a mostre collettive e personali, in Italia e all’estero . Da oltre 25 anni si occupa di tecniche meditative e di rilassamento che sono alla base della sua produzione artistica.


















Foto J.Jacobs






